Un'isola che è anche una città
Nella laguna dello Stagnone, a poche centinaia di metri dalla costa, l'isola di San Pantaleo occupa una quarantina di ettari di terra piatta coperta di vigne, palme e macchia. Sotto quel paesaggio agricolo si conserva Mozia, una delle più antiche e fiorenti colonie fenicie della Sicilia occidentale, fondata attorno all'VIII secolo a.C. e cresciuta rapidamente come emporio commerciale al centro delle rotte del Mediterraneo.
La particolarità di Mozia è che, dopo la distruzione subita all'inizio del IV secolo a.C., l'abitato non fu mai ricostruito né coperto da una città moderna. Il risultato è che l'impianto urbano antico si legge ancora sul terreno: è uno dei pochi casi in cui si può camminare dentro una città fenicio-punica senza che secoli di edilizia successiva l'abbiano cancellata.
Come si raggiunge
L'imbarco si trova lungo la strada costiera che collega Marsala a Trapani costeggiando la laguna, all'altezza delle saline di contrada Ettore Infersa. Da lì piccole imbarcazioni attraversano il breve tratto di acqua bassa che separa la terraferma dall'isola: la traversata dura pochi minuti e in stagione le corse sono frequenti.
Il servizio di trasporto e l'ingresso all'isola sono gestiti separatamente, e sia gli orari sia le tariffe variano nel corso dell'anno: prima di partire conviene controllare i canali ufficiali dell'imbarcadero e della fondazione che cura il sito. Nei mesi invernali e nelle giornate di vento forte le corse possono essere ridotte o sospese.
Il museo Whitaker e il Giovinetto di Mozia
L'isola fu acquistata nel 1902 dall'inglese Joseph Whitaker, appartenente a una famiglia di commercianti di vino Marsala e appassionato di archeologia, che vi condusse ampie campagne di scavo e vi stabilì la propria residenza. Quella casa è diventata il museo che porta il suo nome e che raccoglie i materiali restituiti dagli scavi: ceramiche, stele, corredi funerari, elementi architettonici.
Il pezzo più celebre è il cosiddetto Giovinetto di Mozia, statua in marmo bianco databile alla seconda metà del V secolo a.C., emersa dagli scavi condotti sull'isola alla fine degli anni Settanta del Novecento. La figura, avvolta in una lunga tunica aderente, è considerata una delle sculture più notevoli della scultura greca conservate in Sicilia e la sua interpretazione è ancora discussa dagli studiosi.
Il giro dell'isola: cothon, tofet e mura
Il percorso di visita segue un anello che tocca i principali settori di scavo. Il cothon è un bacino artificiale rettangolare collegato al mare da un canale, a lungo interpretato come piccolo porto interno e oggi letto piuttosto come vasca connessa a un'area sacra. Accanto sorgono i resti di un santuario e le strutture del cosiddetto Cappiddazzu.
Sul versante settentrionale si incontrano il tofet, l'area sacra dove sono state ritrovate stele e urne, e la porta nord con i resti delle mura che cingevano l'abitato. Completano il quadro la casa dei mosaici, con pavimenti a ciottoli bianchi e neri, e alcuni tratti dell'antica necropoli.
La strada punica sommersa
Mozia era collegata alla terraferma da una strada costruita sul fondo della laguna, in direzione della costa di Birgi, dove si trovava la necropoli di terraferma. Il tracciato serviva ai carri e permetteva di attraversare il tratto di acqua bassa senza imbarcarsi.
Rispetto all'epoca fenicia il livello del mare è salito di circa mezzo metro, così la strada oggi corre sommersa e in molti punti resta visibile solo come una striscia più chiara sotto la superficie. Anche parte dei resti archeologici lungo il perimetro dell'isola si trova per la stessa ragione sotto il pelo dell'acqua.
Consigli pratici per la visita
L'isola si gira a piedi in un paio d'ore, ma l'ombra è poca: cappello, acqua e scarpe comode fanno la differenza, soprattutto in estate. Le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio sono i momenti migliori, sia per la luce sia per la temperatura.
Vale la pena abbinare la visita a una sosta alle saline che si affacciano sull'imbarcadero, così da vedere in una sola uscita i due volti della laguna: quello archeologico e quello del lavoro del sale. Trattandosi di un'area protetta e di un sito archeologico, è importante restare sui percorsi segnalati e non raccogliere nulla dal terreno.
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